Mamma Moderna

Amore adolescenziale (Carlo 2)

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Amore adolescenziale (Carlo 2)

Prima o poi arriva.

Come la tredicesima, non sai bene quando te la pagheranno ma sai che deve arrivare.

 

Mia figlia grande ha 14 anni ed è bella come il profumo dell’erba tagliata, come l’aria elettrica dopo un temporale, come correre d’estate in un campo dove c’è un irrigatore, come il gol di Totti a Sampdoria-Roma, una crocca al volo di sinistro a giro.

14 anni.

Sta sentendo la sua voce cambiare, vede giorno per giorno quanto lei stessa stia cambiando, come abbia preso centimetri in altezza che hanno spostato il suo baricentro e centimetri in altri punti che un papà vorrebbe sempre vedere invece costanti.

14 anni.

Adesso è consapevole del mondo che la circonda, prima d’ora la sua vita era dentro casa e noi eravamo gli unici abitanti a farne parte. Ora sa, vede, sente interessi che ha scoperto e persone che li condividono, e ne cerca la compagnia.

E’ normale.

Ha 14 anni.

Una ragazza di quell’età ha milioni di stimoli culturali.

 

Cerchi di ricordare quali fossero i tuoi alla sua età.

E te li ricordi.

Pensavi alle tette.

Tutto il giorno.

 

Ora hai una figlia che ha invitato una forma di vita a base carbonio umana ed adolescente di nome Carlo qui a casa per studiare e giocare alla Play.

Non avevi mai affrontato una simile situazione e, nella tua testa, hai solo una domanda.

“Posto che senza dubbio alcuno che io stia per ucciderlo, come mi sbarazzo del corpo di Carlo?”

 

Suonano alla porta.

“Vado io Papo”

“NO! Se tieni a qualsiasi cosa tu tenga in vita, ai tuoi fumetti, al tuo ipod, al tuo computer, certo non a me visto che mi sottoponi a queste prove fatali per il mio debole cuore, togliti da davanti alla porta e fai aprire me”

“Va bene, di solito non ti schiodi dal divano quando suonano, pensavo di farti un favore”

“Di solito è tua nonna. Aspettare fuori gli fa bene alle gambe”

“Nonna dice che sei uno zotico a farla aspettare sempre fuori”

“E’ un caso. Mica lo faccio apposta, che poi ne tragga un piacere immenso, quello, è secondario. Fammi aprire, allontanati”

“Papo, credo sia Carlo”

“Per quello ti sto chiedendo di allontanarti, fammici scambiare due parole”

“Papo…”

“Due parole tra uomini, che sarà mai, mica mordo”

“No, ma quando mi sei venuto a prendere a scuola hai dato una spallata a Christian”

“Non era nemmeno fallo da rigore, contatto di spalla è permesso”

“Ma è caduto a terra”

“E’ scivolato, se guardava davanti a se anziché nella tua direzione, non sarebbe caduto”

“Voleva solo salutarmi e tu, non solo lo hai fatto cadere ma lo hai anche calpestato”

“Era lo slancio! Non l’ho fatto apposta, stavo camminando e non sono riuscito a fermarmi”

“Papo, apri la porta per favore?”

“Dobbiamo proprio farlo entrare, eh?”

“Sempre non se ne sia andato perché stufo di aspettare”

“Non sono così fortunato, tua nonna è ancora viva”

“PAPO!”

 

Apro la porta.

Avevo detto di non essere fortunato.

 

“Buongiorno. Sono Carlo, c’è Chiara?”

“Potrebbe. Non so. Non ho ancora deciso”

“Non ha deciso se Chiara sia o meno in casa?”

“No, lei c’è, non ho ancora deciso se tu potrai scoprirlo”

“Chiara mi aveva detto che lei è un po’, eccentrico”

“Carlo, mettiamo in chiaro una cosa, io non ti conosco, ti ho appena visto, ma già ti odio. Non ho detto che non ti sopporto, no, quello che provo per te non è semplice fastidio nel vederti o quell’assurdo rumore di cocci infranti contro una lavagna che è il sentire la tua stridula vocetta, no, il mio è puro e semplice odio, il mio è un sentimento che nasce dal profondo del mio essere, ha radici antiche nate dalla prima volta che ho tenuto in braccio mia figlia e ci siamo guardati negli occhi. In quello sguardo mi diceva “prenditi cura di me, papo, io ti vorrò sempre bene, sempre sempre sempre” e tu adesso stai minando tutto questo. Ecco perché ti odio”

“Ma io vorrei solo delle ripetizioni di matematica e, magari, una partita a Call Of Duty”

“Stai peggiorando la tua situazione. Io so dove abiti, so chi sei, saprei venirti a riprendere in ogni momento e, caro il mio Carlo, guarda che giardino dietro casa mia” – mi avvicino al suo orecchio – “Nessuno ti troverebbe mai. Non ci sarebbero fiori per te, Carlo”

“Ma sono un bravo ragazzo, lei conosce mio padre”

“Vero. Siamo amici. Capisci che se gli dicessi “E’ andato via di qui ore fa, non so perché non sia tornato a casa”, lui mi crederebbe”

“Adesso mi fa paura. So che lei è una brava persona”

“E’ quello che si dice di me. Lo dicevano anche di Hannibal Lecter e Ted Bundy. Jeffrey Dahmer faceva volontariato. E’ questa la mia forza. Sono un insospettabile. Noi buoni siamo i peggio, Carlo, nun ce fa incazzà e, soprattutto, non toccare le nostre figlie con quelle tue manacce maschili”

“PAPO! Ma che diamine stai dicendo! Carlo, vieni, ancora non ti ha nemmeno fatto entrare”

 

Mia figlia lo prende per mano e lo fa entrare di forza.

Nel passarmi a fianco gli regalo l’ultima frase, sentita da non ricordo quale padre ma che mi ispira e guida ancora oggi.

 

“Carlo, quello che tu farai a lei IO farò a te, occhio”

 

Vivo, ai suoi 15 anni, mi sa che non ci arrivo.

 

Paolo Longarini

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