Mamma Moderna

Il primo giorno di scuola di un papà

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Il primo giorno di scuola di un papà

images (1)Urla belluine.
Spintoni, calci, colpi proibiti sotto la cintura, colpi d’arma da fuoco.
Sono stato insultato, ho insultato a mia volta, ombrelli roteavano in aria come fossero lame di Toledo, richiami di guerra si alzavano dai lati del campo di battaglia.
L’avanzata era lenta, impossibile capire se si andava verso la salvezza o se stavamo per finire nell’occhio del ciclone. Ma dovevamo proseguire.
Tenendo per mano mia figlia Chiara, 6 anni, pensavo “Mapporcamignotta, se è sto bordello il primo giorno di scuola a dicembre che devo fà, venì cor cingolato?”.
“HO DETTO CHE I REGAZZINI DE LE PRIME DEVONO DA SALI’ PE’ STE SCALE, NO PE’ QUELL’ALTRE, ECCHECCAZZO”, questa era la risposta standard di un bidello atto alla fornitura di informazioni che aveva sicuramente fatto un master in comportamento alla libera università del quinto braccio di Regina Coeli.

Scena: esterno giorno.
Scuola Elementare Belushi in Roma.
Posti disponibili nel parcheggio interno:33
Automobili parcheggiate: 67 di cui 3 a castello.
Entrata alle ore 8,20 del mattino, la maggior parte dei genitori, per tenersi in allenamento, aveva iniziato a litigare dalla sera prima incolpandosi a vicenda di tamponamenti non ancora avvenuti e di offese che si sarebbero consumate solo l’indomani mattina.
I più temerari, arrivavano a rigare le macchine, memori dell’apertura della scuola avvenuta l’anno prima.
Alle ore 7 e 15, ora della sveglia, tutto questo mondo mi era ancora estraneo. Mi vedevo accompagnare mia figlia mano nella mano, in una splendida giornata di settembre con il sole in faccia, farfalle intorno a seguire i nostri passi e, camminando, fermarsi a salutare altre coppie di amici che, pensavo, sarebbero giunte in bicicletta.
Come mio solito, in soli 15 secondi sono sveglio.
Come mio solito, faccio la barba perfettamente e senza sporcare nulla.
Come mio solito, racconto un sacco di cazzate.
Alle 7 e 30, mia moglie mi piazza le casse dello stereo ai lati della testa con una musica dirompente, suoni disarticolati che si inseguono senza senso in un tripudio di schitarrate e scatarrate.
Mi azzardo a chiedere “Che roba è?”
“La pastorale di Beethoven” mi risponde.
“Forse l’ha scritta perchè non lo portavano abbastanza spesso fuori a pisciare” gli faccio.
Mi lascia nella stanza con l’eco dei suoi pensieri ancora attorno.
Cazzo che frase.
La faccio breve, con una scarpa sì e una no, mezzo sbarbato e fresco del profumo dell’Ace gentile (avete mai notato come somiglia alla boccetta del Denim?) mi avvio, con una lacrima pronta all’uso, ad uno dei traguardi raggiunti da mia figlia.
Mi avvio è una parola grossa.
Abito, in linea d’aria, a due km dalla scuola, mettiamoci le strade, diventano 3.
Ci metto venti minuti.
Macchine di genitori, macchine di nonni, macchine di semplici conoscenti, macchine di qualcuno che ha pagato qualcun altro perchè spaccasse le palle a gente che deve accompagnare la figlia a scuola mettendosi per strada e girando in circolo, magari, ogni tanto, una bella inverisione a U, così, solo per rompere il cazzo.
Arrivo alla scuola: un quadro di Bosch.
Parcheggio a 4 km dalla scuola stessa, in pratica, non trovo più posto neanche nel mio garage, occupato dai parenti dei bidelli venuti lì a godersi lo spettacolo.
Arrivo nel cortile della scuola dopo aver saltato spacciatori di buondì, procacciatori di pizzette, genitori in lacrime neanche i figli partissero per una crociata o diventassero, improvvisamente, interisti, gruppuscoli di mamme che mettevano in giro le storie più assurde: i bambini sarebbero usciti alle 5 di sera, bisognava mettere nello zaino la piccola Treccani, era vietatissimo lo zaino Wrestling (mezza scuola lo ha, Chiara, nonostante un insana passione per tal Undertaker, non so chi sia ma dal nome non vende bibbie porta a porta, ha scelto un più consono zaino Hamtaro).
Il cortile della scuola è completamente impraticabile, per far entrare i bambini è necessario lanciarli oltre il muro di mamme piangenti, quelle che non piangevano facevano il tifo per i propri mariti impegnati nel contendersi centimetri quadri di parcheggio o in gare di insulti e sputazzi intervallati dal classico “lei non sa chi sono io” , “No, ma conosco benissimo tua sorella”.
Prendo la rincorsa e lancio Chiara oltre il muro di Marie salvatrici addolorate del borgo e, mentre è in aria, faccio in tempo a salutarla.
Dopo un doppio carpiato atterra composta.
Tutti 8 e 8,5 solo il giudice cinese gli dà 7,5.
Limoni maledetti, non ci avrete.
Tornando indietro riesco ad evitare almeno la metà dei vaffanculo che mi sono beccato all’andata ma una gomitata alla Sig.ra Bettozzi, rea di voler parcheggiare in perpendicolo una Z3 nel posto riservato ai bus scolastici, gliela devo dare: “Devo solo accompagnare mio figlio in classe” tenta di giustificare.
“O bella, invece noi si era qui perchè avevano detto che distribuivano gratis mozzarella di bufala, guarda un pò”.

A mettere ordine in tutto questo casino arrivano i tutori dell’ordine, impersonati da due vigili due, i quali, visto il casino e gli sguardi dei genitori tipo “Notte dei morti viventi”, decidono di risalire in macchina e, urlando “Cazzi vostri”, si dileguano verso il tramonto.
Lo so, era mattina, ma se uno si dilegua, lo fa sempre verso il tramonto. Avete mai visto Tex andarsene verso una assolato pomeriggio? O verso una piena mattinata? Mavattene, sempre verso il tramonto, poi scrivo io quindi decido io.

Insomma, è stata una mattinata tragica.
Il bello è che mi aspetta per ogni mattinata fino a giugno del prossimo anno.

Però Chiara col grembiule e lo zainetto che mi saluta è uno spettacolo.

Anche la Sig.ra Carmeli e la Sig.ra Innazi che lottano nel fango per l’ultimo posto in doppia fila davanti ai secchioni, come spettacolo, ha il suo perchè.
Quel che è giusto è giusto.

Paolo Longarini
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Commento (1)

  1. Alessia

    …mammia mia che ridere……ma la cosa peggiore è che è tutto vero!!!!!!
    Bravissimo!

    Replica

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